17 dicembre Alexanderplatz: Intervista a Andrea Stevens


Un po’ di cronaca …

Roma non perdona mai, figurati vicino Natale. Trafelati, alcuni in auto_percepito ritardo rispetto al pre_jazz, il momento preferito di ogni artista che si carica, si libera, si prepara alla battaglia nell’arena, “quanto ci hai messo a trovare parcheggio”?. “L’ho buttata là al mercato, speriamo bene…”. Tra poco free_jazz.

All’appello stasera manca il sax di Carlo Conti e la tastiera di Daniele Pozzovio, il bassista invece dello splendido Marco Siniscalco sarà l’altrettanto formidabile Lorenzo Feliciati: si danno il cambio due musicisti monumentali.

Arriva Antonello Salis, ospite dell'orchestra alla fisarmonica, di cui il grande pianista è sovrano indiscusso e indiscutibile, con la sua tribù di amici, il figlio Lester, Daniela Morgia, storica (e adorata dai musicisti) organizzatrice di eventi musicali, in particolare jazz. Entra Sandro Satta, che forma una vera coppia_di_fatto con Salis. Due fratelli, un'unica mente, due cuori accordati, un solo orecchio, 4 mani per suonare. Dulcis in fundo, come si dice di consueto, Lorenzo Feliciati, arrivato per primo, organizzato, puntuale, emozionato e fiero di offrirsi a partecipare. Bruce, Guido, Antonio, Angelo, Lewis.




Photo Credits: Lewis Saccocci Facebook page
Amici di amici di amici che erano fuori, che hanno sentito, che gli hanno raccontato, che hanno letto, che gli hanno detto… Tutti, faticosamente, ma tutti qui,

Pieno zeppo l’Alexanderplatz, l’ultimo appuntamento jazz dell’anno dei "Bruce Brothers".
“Ormai si fatica a trovare una sedia libera, tra poco, mi andrò a sedere direttamente sulle scale o meglio, mi costruisco una seduta…”.

Andrea, al telefono, me lo dice sorridendo. Ho scelto Andrea, che posa il suo sguardo sottile sulle cose, in modo elegante, che offre “sintetici contributi”, come pietre sfaccettate, sedimentate da 60 milioni di anni. Un po’ come intervistare Finn McCool, il Gigante che costruì il selciato per raggiungere la Scozia a piedi e affrontare il rivale: il Gigante Angus.

 “Come hanno iniziato stasera Andrea?”
“Con footprints, al solito, in dolce partenza, carezze di tocco e metallo che accompagnano ”

“Fantastico! Me li immagino da lontano. Durata del primo pezzo? A volte sono stati intorno ai 20 minuti, a volte 45… ”
“Il tempo scorre, come sai, quando cominciano a crescere i suoni, i movimenti, gli sguardi e i sorrisi laterali… mi sembra circa un’ora, si direi un’ora, intensa di emozioni”.

“Grazie per raccontare così. Come si sono comportati durante questa prima ora?”
“Mi è sembrato avessero esplorato mondi diversi, legati tra loro da libere improvvisazioni, apparentemente dissonanti. Uno tra loro, come suonasse per cucire, prima imbastisce, seguendo il loro filo, poi ricama a trama, quando si allarga, cuce di nuovo, cambia i punti, ora a croce, ora erba, ora lento a smagliare, per consentire alla musica di allargarsi a suo piacimento.”

“Mi stai dicendo che hai visto una “tela di note” nell’aria?”
“Di più, pentagrammi invisibili e nuovi, che danzano tra loro, si obliquano, entrano ed escono, l’uno nell’altro.  Il vento della libera interpretazione soffia a più velocità.
Mi hanno colpito le posizioni dei musicisti, sovrani sul palco, la tavola rotonda di Re Artu’, un altare sacro, illuminati e in ombra, nello stesso momento. Mai ho assistito a qualcosa di più strutturato e forte e caldo e bello… lo so sembra una contraddizione, non lo è. E’ l’unione di robe opposte, sinonimi e contrari insieme, un nuovo vocabolario, linguaggi da ogni dove che si fondono separandosi nota per nota, passaggio per passaggio.”

“Fammi capire meglio…”
“Momenti memorabili, gli assoli di chitarra e di fisarmonica. Storie diverse e quasi opposte, come ti ho già detto: una Post Rock, l’altra da Street Art di lusso. Poterli vivere in una unica performance è stato sorprendente… questo racconta la capacità di un gruppo che sa fluire dappertutto, in termini musicali intendo, e sa lasciarti ricordi e esperienze che attecchiscono nell’anima.”

“Mi sembra di vedere il bianco e nero che si fonde con l’oro e con il legno, la fisarmonica che sorride dal centro e sale verso l’alto. Me li immagino seduti e in piedi, mescolati e perfettamente sincroni. Stai parlando della prima o della seconda parte del concerto?”
 “Non so distinguere tra prima, seconda parte, il prima e il dopo… Le sensazioni che hai sono quelle quando ascolti un concerto sotto cassa, quelle che ti lascia la musica che ti avvolge, ma la bellezza vera e propria è nel contatto umano e teatrale di vivere il palco da così vicino che ci sei dentro anche tu, anche tu suoni, non suonando. “

Bruce Ditmas (Photo Credits lewis Saccocci facebook Page)
“Grazie. Ho visto il pezzetto di video che mi hai mandato, da round midnight in poi…  Posso confrontare con il passato concerto: stavolta c’è l’introduzione di più elementi vagamente funk direi… Ho visto anche una gioia illuminata, la voglia di rimanere sapendo che è l’ultima volta dell’anno, uno sprint finale degno dei campioni”
“Si, la gioia, è il collante di sicuro. Campioni di Libera Gioia.”

Generatori di karma positivo i Bruce Brothers, meglio di un massaggio shiatsu, di una pozione piena di sali minerali e vitamine, la spirulina, al confronto sembra una caramella. “Dottore che sintomi ha la felicità?” chiede Jovanotti, l’Alexanderplatz risponde.

“Andrea, l’ultima domanda: cosa vuoi dire ai musicisti?”
“Ascoltarli suonare e vederli divertirsi è stato educativo, oltre che una gioia. La partecipazione e la qualità di quello che ci hanno dato è stata incredibile.
Grazie per l’esperienza e le storie raccontate.”

“L’ultima cosa te la dico senza tu mi faccia alcuna domanda, Eugenio, dalla faccia che faceva ascoltandoli e dal fatto che li ha chiamati tutti a rapporto in ufficio, mi sa che non si fa sfuggire la band più emozionante dell’anno: scommetto che rivedremo la Monday Band all’Alexanderplatz anche nel 2019.”

Andrea Stevens intervistato da Stefania Ratini. 17 dicembre 2018 Alexanderplatz